Il Braille, una bussola lungo i sentieri della vita

Il Convegno organizzato dalla Sede Territoriale dell’Unione Italiana dei Ciechi e degli Ipovedenti di Catanzaro, guidata dalla Presidente Luciana Loprete, e svoltosi nella mattinata di giovedì scorso, 21 febbraio, in occasione della XII Giornata Nazionale del Braille, nel proscenio dell’Aula Giovanni Paolo II, all’interno del Campus Salvatore Venuta dell’Università degli Studi Magna Graecia di Catanzaro, ha rappresentato una tappa fondamentale nel processo critico di verifica riguardo ai diritti di cittadinanza dei non vedenti.
Il Braille, una bussola lungo i sentieri della vita
Da Catanzaro
Un momento d’aulico livello accademico, in cui s’è riaffermato il principio dell’uguaglianza di tutti i cittadini rispetto ai diritti, quelli costituzionalmente sanciti, quelli, nello specifico, concernenti l’accesso al sapere, alla lettura, alla cultura; quei diritti che rivestono portata primaria nella costruzione di una società effettivamente proclive alle pari opportunità e, perciò, in grado di valicare la condizione di minorazione e svantaggio connessa alla cecità, colmando quel vuoto che il buio sovente frappone tra idealità e realtà, tra forma e sostanza, in ordine a una piena realizzazione dell’individuo, giacché parte delle assise sociali: il Convegno svoltosi nella mattinata di giovedì scorso, 21 febbraio, in occasione della XII Giornata Nazionale del Braille, nel proscenio dell’Aula Giovanni Paolo II, all’interno del Campus Salvatore Venuta dell’Università degli Studi Magna Graecia di Catanzaro, ha rappresentato una tappa fondamentale nel processo critico di verifica che la Sede Territoriale dell’Unione Italiana dei Ciechi e degli Ipovedenti di Catanzaro, organizzatrice dell’evento in questione, ha inteso aprire riguardo ai diritti di cittadinanza dei non vedenti, in una fase storica ove la possibilità di seguire le individuali passioni, di promuovere le specifiche attitudini, di realizzare le legittime aspirazioni, di essere, insomma, elementi attivi e propositivi nella società, sulla scorta dei succitati diritti di cittadinanza, rimane spesso un enunciato meramente formale, piuttosto che assurgere a consuetudine sostanziale. Un processo di verifica che “ha visto la nostra associazione impegnata durante questa giornata, con varie iniziative sul territorio regionale – ha asserito il Presidente dell’UICI Calabria, Pietro Testa –, organizzate da tutte le nostre sedi territoriali, le quali hanno promosso attività nelle scuole, per divulgare il valore di questo metodo di lettura e scrittura unico e insostituibile, e tenuto incontri con la stampa, per non rimanere soli e per dare massima diffusione a una richiesta di collaborazione e impegno comune sulla strada dell’integrazione”. In particolare, col simposio di giovedì, organizzato in collaborazione con il Consiglio Regionale UICI della Calabria e col patrocinio dell’Università Magna Grecia, la Sede catanzarese dell’UICI, come sempre attiva, grazie al dinamismo della sua Presidente Luciana Loprete, riguardo alle tematiche dell’inclusione, ha posto l’accento sulla centralità del sistema di lettura e scrittura Braille nella sedimentazione concreta di una nuova dimensione di cittadinanza per i non vedenti, orbitante attorno alla condizione di libertà, diritto primario di ogni essere umano, che l’autonomo accesso alla cultura schiude sul presente e sul futuro. “Oggi, con quest’iniziativa – ha spiegato la Presidente dell’UICI di Catanzaro, Luciana Loprete –, abbiamo voluto portare all’attenzione del mondo universitario un’esperienza, qual è, appunto, il Braille: un’esperienza che è metodo, cultura; un’esperienza che deve entrare nelle scuole, nelle università, non appartenere solo ai ciechi. Invece, spesso, il mondo che ci circonda si è dimostrato e si dimostra poco attento con noi ciechi; spesso, noi ciechi, abbiamo trovato, e troviamo tuttora, porte chiuse. Ecco, l’incontro di oggi vuol essere l’occasione di parlare, di raccontare, di mettere a fattore comune il nostro mondo, la nostra quotidianità, con alcuni rappresentanti di questa istituzione universitaria. Vogliamo comunicare quello che siamo e che vogliamo essere e non poteva esserci migliore occasione di questa giornata, dedicata al Braille, concomitante, non a caso, con la Giornata mondiale della difesa dell’identità linguistica: il Braille, d’altronde, è un linguaggio, caratterizzante la nostra identità; un linguaggio che ci apre al mondo, attraverso il senso del tatto, che sostituisce la vista, che permette di leggere, di interagire, di istruirsi. Un linguaggio che Louis Braille ideò grazie al confronto con le persone del suo tempo e che, perciò – ha concluso la Presidente Loprete –, ci ricorda, in ogni attimo, l’importanza della condivisione delle idee e delle istanze, in questo nostro tempo, nel quale abbiamo bisogno gli uni degli altri, nella promozione della nostra umanità e dei nostri diritti”. Il Braille è, in questo senso, il veicolo, il motore, l’opportunità che i non vedenti hanno di vivere proficuamente il loro stato di cittadini liberi; il braille, quindi, essendo l’elemento determinante che lega la vita di un cieco al resto del mondo, va diuturnamente valorizzato, diffuso, insegnato, tutelato, coinvolgendo in tale opera quelle agenzie, come le Università, deputate all’erogazione del sapere formale, per renderle partecipi di un cammino di crescita salutare per tutta la collettività, non solo per i disabili della vista; un cammino in cui devono essere impegnati i talenti, le menti e le più importanti energie propulsive del consesso civico. Alla luce di tutto ciò, ecco palesarsi ancora più chiaramente il senso che la Sezione catanzarese dell’UICI ha voluto evidenziare attraverso la designazione dell’Ateneo cittadino quale cornice del Convegno: tenendo l’iniziativa in tale luogo, “in questo polmone di cultura”, secondo la bella immagine metaforica adoperata da Domenico Gareri, moderatore dell’incontro, si è voluto lanciare un invito alla condivisione dei principi e degli sforzi; tenendola specificatamente presso la Facoltà di Giurisprudenza dell’UNICZ, laddove il diritto costituisce l’elemento principe, l’architrave dell’offerta formativa, si è voluta percorrere la strada intrapresa lo scorso anno dall’UICI calabrese, con un Convegno tenuto nell’Aula Magna dell’Università della Calabria e organizzato, anche allora in occasione della Giornata Nazionale del Braille, in collaborazione con la Facoltà di Scienze della Formazione Primaria e con l’Ufficio Disabili dell’UNICAL. Una strada volta a sensibilizzare gli Atenei, inducendoli a farsi portatori delle nobili istanze portate avanti dall’UICI, dando così forza alla missione che anima questa prestigiosa Associazione: esporre richieste per trasformarle in progetti reali. Quei progetti attraverso cui l’accesso al sapere e, quindi, all’integrazione deve diventare, nei fatti, diritto pieno, riconosciuto, garantito, dando un’opportuna scossa anche al mondo accademico, “che ancora non è riuscito a colmare la distanza intercorrente tra esso e la quotidianità dei ciechi”, come evidenziato da Michele Caruso, membro del Senato Accademico dell’UNICZ. Una distanza che va annullata, trasformando l’indifferenza in attenzione e “dando respiro a percorsi inclusivi, come quello intrapreso – ha fatto notare Caruso – dall’Ateneo di Catanzaro, che ha iniziato a introdurre strumenti e ausili in grado di rendere meno ardua la fruizione dei servizi, la frequenza e lo studio agli studenti non vedenti; ausili da integrare con un nuovo approccio, con una nuova sensibilità, con una nuova disponibilità all’incontro, in linea con quella che è la vocazione dell’istituzione universitaria”. Vocazione che il sistema universitario italiano ancora non onora appieno, presentando lacune in rigore, metodo e definizione di adeguati paradigmi, procedure, programmi in grado di agevolare il compito delle figure, ovvero i docenti, chiamate a estendere la conoscenza, a rapportarsi efficacemente, nell’espletamento dell’opera educativa loro demandata, con gli alunni e studenti non vedenti. In questo senso, il fatto che il convegno si sia svolto presso la Facoltà di Giurisprudenza, risulta ulteriormente indicativo, essendo importante che nelle aule ove si studia il diritto si percepisca la questione del cieco, la sua ancora aleatoria inclusione sociale; e la giurisprudenza, il cui insegnamento parte dal presupposto che il diritto è un bene comune, uguale per tutti, a cui possiamo e dobbiamo appellarci tutti, potenzialmente riveste una rilevanza fondamentale rispetto all’acquisizione, da parte dei ciechi e degli ipovedenti, di quei diritti che ogni anno costituiscono la tematica principale affrontata durante la Giornata del Braille. Una tematica, quella dei diritti delle persone con disabilità, in particolare disabilità visiva, in merito alla quale ha parlato diffusamente la dottoressa Federica Nancy, assegnista di ricerca presso l’Università di Catanzaro, la quale nell’esporre la sua relazione, articolata in due parti, “di cui la prima vertente sul profilo statico, sul momento del riconoscimento della persona, del riconoscimento dei diritti della persona, del richiamo agli strumenti per tutelare gli interessi e per realizzare la personalità, e la seconda focalizzata sul momento dinamico, cioè su tutte quelle azioni che sono necessarie per rendere effettivo questo diritto, che viene riconosciuto ai soggetti, ossia di agire concretamente ai fini della realizzazione delle proprie aspirazioni”, s’è soffermata sul concetto di persona: “dal punto di vista giuridico la persona è un soggetto che sussiste in una natura spirituale e materiale, un soggetto particolare, che si distingue in una realtà ove l’appartenenza alla specie umana rende la persona tale. In effetti, si parla di vita, di vita umana, di civiltà, di cui la persona è nucleo imprescindibile”. Un concetto, quello di persona, che va oltre il suo ambito di riferimento originario, oltre ogni connotazione, “per diventare universale: la persona è stima di sé, cura dell’altro, aspirazione a vivere in istituzioni giuste. L’essenza della persona è, quindi, strettamente connessa con la solidarietà; solidarietà che la nostra Costituzione, all’articolo 2, quello relativo ai diritti inviolabili, pone come doverosa”; solidarietà che, a sua volta, è legata all’uguaglianza, trattata nell’articolo 3 dal punto di vista formale e sostanziale, articolo dove si sanciscono pari dignità sociale e uguaglianza dei cittadini di fronte alla legge, prevedendo, nel contempo, l’impegno attivo, da parte dello Stato, a rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale che limitano la libertà dei cittadini, la loro l’eguaglianza, il pieno sviluppo della persona umana, l’impegno civico. La solidarietà come dovere e l’uguaglianza come diritto vanno così a costituire i capisaldi, morali e costituzionali, della pari dignità sociale, ove la dimensione dell’individuo come persona spicca marcatamente; quella pari dignità sociale su cui i diritti della persona con disabilità “che è soprattutto una persona”, ha evidenziato con forza la dottoressa Nancy, trovano il loro pieno riconoscimento, da difendere, da contestualizzare, da aggiornare continuamente con le leggi, che oltre a rimuovere gli ostacoli di cui si diceva sopra, devono promuovere progresso sociale, sviluppo scientifico e tecnologico. “È su tali principi che l’ordinamento tutela le persone con minorazione visiva, in base alle varie situazioni individuali, ponendosi il problema di mettere i disabili visivi sullo stesso piano del resto della società, proteggendone gli interessi e garantendone la possibilità di agire, in determinati casi col supporto di assistenza e ausili adeguati”. Fissati questi principi, il passo successivo è rendere effettiva, nel concreto la possibilità delle persone non vedenti di porre in essere azioni in autonomia, compresi gli atti giuridici e di natura negoziale, con la relativa firma. Circostanze, queste ultime, su cui la relatrice ha posto l’accento e che il legislatore considera non solo dal punto di vista delle difficoltà, ma anche della tutela della persona e in merito a cui la ricerca di strumenti adeguati, in grado di contemperare entrambi gli aspetti, è continua. “Tuttavia ci sono atti rispetto ai quali la persona con disabilità visiva non può essere lasciata sola: s’è posto, ad esempio, il problema di permettere la redazione del testamento col metodo Braille, relativamente a cui, però, permangono ancora delle difficoltà legate alla riconducibilità sicura della persona all’atto, considerata la difficoltà di riconoscere la grafia. Al riguardo, si dovrebbe stimolare la ricerca scientifica per trovare un sistema che possa permettere di stabilire la riconducibilità del soggetto al documento scritto in Braille, nell’ottica – ha concluso la dottoressa Nancy – di un’autonomia sempre maggiore, da raggiungere attraverso l’interazione tra i vari ambiti di ricerca, affinché i diritti sanciti sulla carta non rimangano solo tali, ma divengano effettivo fondamento di una piena integrazione della sfera concernente la disabilità”. Disabilità che, secondo Umberto Gargiulo, ordinario di Diritto del Lavoro presso l’Università di Catanzaro, “è, prima di tutto, una questione culturale, che s’innesta sul tema già affrontato dell’uguaglianza sostanziale e su quello del diritto al lavoro: diritti che, potendo contare su una base costituzionale, hanno prodotto una legislazione che consente l’inserimento del non vedente nel mondo del lavoro, predisponendo le condizioni adeguate alla sua disabilità; legislazione che, per inciso, ha permesso a tanti non vedenti di accedere al lavoro di centralinista. Ecco al riguardo vorrei essere chiaro: l’idea di questa categoria protetta, col cieco, il più delle volte, destinato a diventare centralinista, non mi piace; non mi piace perché è limitante rispetto a quello che le persone non vedenti, in quanto persone come tutte le altre, possono esprimere e offrire alla società, attraverso un lavoro adatto alle individuali potenzialità, attitudini e aspirazioni. Piuttosto bisogna agire, al fine di permettere al non vedente di poter spaziare ed entrare in altri campi professionali. E le norme, al riguardo, esistono; norme che danno ai non vedenti la possibilità di accedere ai vari concorsi, utilizzando gli opportuni ausili. La prospettiva, quindi, è incoraggiante, perché è una prospettiva che guarda lontano, oltre la ghettizzazione professionale dei non vedenti; una prospettiva di riscatto e successo, in riferimento a cui non mancano tanti casi esemplari, come, per citarne uno, il percorso di Federico Borgna, attuale sindaco di Cuneo al quale la disabilità visiva non ha impedito di affermarsi professionalmente e di offrire il proprio servizio alla società, intraprendendo una gratificante carriera politica. Insomma, pur permanendo delle criticità, le ragioni per essere ottimisti ci sono e sono certo che l’impegno, lo studio e la tecnologia saranno il viatico alla piena realizzazione delle persone non vedenti, determinando l’incontro tra diritti e possibilità”. Un incontro che potrebbe iniziare ad assumere contorni reali sulle ali di un agevole accesso, da parte dei non vedenti, ai sistemi informatici; “l’utilizzo di questi sistemi – ha, in proposito illustrato Annunziato Antonino Denisi, legale dell’UICI Calabria – costituisce una delle strade verso la realizzazione personale: poter accedere alla rete permette di studiare, di rapportarsi col mondo del lavoro, di dar seguito a quanto disposto nell’articolo 21 della Costituzione, quello sulla libertà di pensiero. Internet è oggi la più importante fonte di comunicazione e d’informazione e deve essere aperta ai ciechi e agli ipovedenti, incoraggiando l’uso degli strumenti pensati per tale scopo e dando concretezza alle fattispecie normative, volte ad abbattere ogni barriera in questo senso, abbeverandosi a una fonte di informazioni libere, ove ritemprare il proprio pensiero in autonomia. Quell’autonomia ai cui fini fondamentale è, per i non vedenti, la firma digitale. Ed è fondamentale che anche in quest’ambito telematico germogli la cultura della solidarietà, dello studio, di quell’eguaglianza a cui tutti aneliamo”. Un obiettivo, quello di rendere effettiva, in ogni campo, l’uguaglianza tra normodotati e disabili visivi, in cui “consta il senso stesso dell’attività dell’UICI – ha asserito Annamaria Palummo, Consigliere Nazionale dell’Unione, durante l’esposizione della sua relazione, dal titolo “Tiflologia e integrazione: l’opportunità del Braille” –, impegnata strenuamente in un’opera che, oltre a essere motore di sensibilizzazione e di rappresentanza delle necessità, dei bisogni, vorrei fosse patrimonio comune di tutti, non solo dei nostri associati, affinché le norme e i principi su cui hanno argomentato i docenti e i relatori che hanno preceduto il mio intervento, come quelli illustrati tecnicamente dalla dottoressa Nancy, possano giungere ad aspergere il senso comune della nostra epoca. In particolare mi ha indotto a riflettere il riferimento al valore della persona umana, che, poi, è il riferimento principale della tiflopedagogia, anzi, nel nostro caso della tiflologia: partendo dall’insegnamento di Augusto Romagnoli, che è il nostro maestro, colui che ci ha fornito gli strumenti per predisporre il metodo con cui operare verso l’integrazione e l’inclusione sociale, il concetto stesso di persona umana deve indurci a non considerare la nostra minorazione sensoriale visiva, sia essa cecità o ipovisione, come un alibi, un pericoloso alibi in grado di distruggere la nostra personalità. Purtroppo, noi abbiamo a lungo assistito a tale percorso deleterio e autodistruttivo, teso a porre l’handicap come qualcosa di alienante dal resto dell’universo e non a considerarlo come condizione esistenziale, che non giustifica alcun distinguo, che relega nell’angolo dell’assurdo ogni discriminazione, ogni pregiudizio, ogni presunto ritardo, ogni negazione dei nostri diritti; una condizione esistenziale che, se formalmente inquadrata, anche sotto il profilo del diritto, come fatto in questi anni, e anche del metodo, come abbiamo dimostrato noi come Unione, con interventi precoci, con gli strumenti giusti, facendo attenzione a percepire e capire il nostro modo di leggere la realtà, di entrare a contatto con la realtà, può sprigionare la meraviglia propria dell’umana unicità. Purtroppo, però, la condizione della disabilità, nel nostro caso visiva, permane ancora in una sorta di limbo, afferentemente alla coscienza e alla considerazione collettiva, facendo sì che tiflologia e integrazione non siano ancora due categorie sociali che noi possiamo definire risolte. Ed è qui, in questo scenario ancora nebuloso, che si palesa la straordinarietà del Braille come opportunità: un’opportunità, senza dubbio, in quanto strumento e veicolo di conoscenza e interazione per le nostre sorelle e i nostri fratelli non vedenti; ma un’opportunità, anche giacché modello di valore attraverso cui noi possiamo riflettere e interrogarci sulle cause che rendono ancora irrisolti, e lungi dall’essere patrimonio comune, questi due archetipi del discorso attinente alla piena realizzazione del cieco e dell’ipovedente. Un interrogativo, questo, a cui non è facile dare una risposta, essendo la risposta alquanto scomoda; una risposta che chiama in causa l’istituzione statale, nella fattispecie scolastica, dove, secondo gli insegnanti, l’apprendimento del metodo di lettura e scrittura braille incontra difficoltà paragonabili a una corsa a ostacoli, per il bambino non vedente. In realtà, la mia esperienza personale maturata sul campo, a contatto con tanti operatori della sfera educativa, mi rivela che le difficoltà non riguardano l’apprendimento, bensì l’insegnamento, essendo il metodo di lettura e scrittura Braille poco conosciuto dalla maggior parte degli insegnanti; e non parlo egli insegnanti di sostegno, che sono una minoranza nella categoria, ma del sistema scuola nel suo complesso, che ancora, sembra un ossimoro ma è così, è impreparato rispetto alla complessità della questione, come spiegherò più avanti. A fronte di ciò, risulta, insomma, improcrastinabile una presa di coscienza da parte di tutti: riprendendo quanto affermato dalla dottoressa Nancy, tutti quanti dobbiamo metterci in testa che l’individuo, che sia cieco, che sia sordo, che sia normodotato, è, prima di tutto una persona, come tutti, con i suoi sentimenti, con i suoi sogni”. Sentimenti e sogni che nella Giornata del Braille vengono percepiti in tutta la loro normale, normalissima bellezza. Anche a ciò serve questa giornata, che è una sorta d’indicatore: se c’è la necessità di costruire attenzione, visibilità, percezione, prosecuzione, prossimità, definizione di passaggi e programmi condivisi, significa che c’è ancora tanto lavoro da fare; significa che la celebrazione di ricorrenze come quella di giovedì non sono ritualità vacue, rivestendo, al contrario, una rilevanza piramidale; significa che l’UICI non vuole, non può e non deve rimanere sola. Soprattutto, non può e non deve rimanere esclusiva responsabilità di un’Associazione di categoria il problema dell’integrazione dei soci e dei non vedenti in genere: ciò presupporrebbe il permanere di un sostanziale disinteresse collettivo rispetto alla questione dell’integrazione, il che andrebbe a frustrare il proposito di poter vivere un giorno in una società veramente inclusiva, mortificando il principio del bene comune, della condivisione delle opportunità, del poter concorrere alle opportunità, a quelle pari opportunità che non potranno realmente sussistere fin quando la questione dei diritti e dell’integrazione rimarrà limitata esclusivamente nell’ambito d’interesse dei ciechi e dell’Associazione che li rappresenta. Ecco perché è importante il lavoro di sinergia, il lavoro di formalizzazione e interpretazione dei bisogni, il corollario paradigmatico delle modalità e dei soggetti con cui attivare programmi, procedure, sistemi, comportamenti, azioni, buone prassi, interventi mirati, affinché risulti sempre più facile condurre un bambino non vedente dalla sfera familiare fino all’Università, accompagnandolo nel suo cammino d’istruzione, a partire dalla scuola materna, aiutandolo a diventare una persona libera, capace di adoperare appieno gli ausili necessari al compimento del suo percorso didattico, al suo essere autonomo, nel lavoro, nel privato, nella vita sociale, nella mobilità. Ausili che sono stati il fulcro della mostra itinerante che l’UICI di Catanzaro ha allestito sul territorio cittadino nelle giornate di mercoledì, giovedì e venerdì, toccando, oltre all’Università, la Sede della Regione Calabria e la Biblioteca cittadina, in cui ha trovato spazio giovedì pomeriggio pure un breve momento didattico, con una lezione di braille tenuta dall’instancabile presidente Loprete presso l’Aula studio “Mimmo Gerace”, ove ha avuto luogo anche una dimostrazione pratica degli ausili tiflodidattici e tifloinformatici. Per l’UICI, del resto, è importante spiegare le modalità del lavoro che la vede impegnata ogni giorno, volto a rendere fruttuosi i valori insegnati e i risultati raggiunti in quasi cento anni di esistenza, mostrando le attività, gli strumenti che si adoperano, la didattica che si adotta, con i testi, le esperienze nei laboratori e nei campi, i progressi raggiunti riguardo alla possibilità di far cogliere e toccare la bellezza a coloro i quali non vedono: bellezza come quella alitante dalle opere d’arte, che il progetto AIVES si propone di raccontare, far immaginare, sentire, con gli opportuni metodi, essendo l’arte un miracolo “che si può vedere con l’anima”. Insomma, attraverso questi allestimenti e queste dimostrazioni si è potuto prendere visione del metodo, dell’approccio, del comportamento connesso all’apprendimento guidato, reso possibile, in base alle varie necessità, dal materiale, dalla strumentazione tiflodidattica, dalla strumentazione tecnologica, dai vari supporti e, ovviamente, soprattutto dal Braille; “il Braille – ha proseguito la dottoressa Palummo –, che è indispensabile per rendere le persone cieche e ipovedenti libere, autonome e soprattutto consapevoli. Il braille, che è ancora più importante per rendere il vedente persona disposta a comprendere, rispettare e amare l’altro, senza più barriere. Il braille, che crea armonia; il braille, con la sua poesia, che è senz’altro un fatto umano, senz’altro una questione valoriale. Quel Braille che, contestualmente al grande mosaico dell’integrazione, a principiare da quella scolastica, alla cui compiuta realizzazione dobbiamo essere tutti impegnati, è un fattore dirimente, decisivo: senza il braille non è possibile rappresentare un panorama di elementi certi per la piena integrazione; senza il braille non si può crescere; senza il braille si resta al buio; e al buio non si può e non si deve restare. Il braille è il più vivido antidoto a questo buio; un antidoto che – ha evidenziato la dottoressa Palummo –, per sortire incisivamente i suoi effetti, deve, ritornando su quanto ho detto poco fa, trovare linfa nell’ambito scolastico. Lo reitero: la mancata, o quanto meno incompleta, inclusione sociale dei non vedenti parte da lontano, dalla scuola, dove sono tuttora insufficienti strumenti e competenze. Al riguardo, da queste giornate, durante le quali si sono confrontate figure che, operando in ambiti tra loro diversi, concorrono a garantire l’elargizione della formazione e della cultura, in una prospettiva inclusiva, è emersa la fondamentale importanza del ruolo del tiflologo, di colui che stabilisce modalità, strumenti, ausili, comportamenti, pedagogia per l’apprendimento. Una figura, quella del tiflologo, che per le nostre ragazze e i nostri ragazzi ciechi e ipovedenti non è solo un insegnante: il tiflologo è una guida, di più, un compagno di viaggio, che – ha concluso la dottoressa Palummo – aiuta a orientarsi, a trovare i retti sentieri in una foresta ombrosa, dove i sentieri non si vedono”. Sentieri che il braille, alla stregua di una bussola, svela, permettendo di cogliere la bellezza, la straordinarietà, la poesia che l’esperienza umana regala non solo e non tanto ai nostri sensi, non solo e non tanto ai nostri occhi, ma alla nostra voglia di vivere, di conoscere, di amare.
Pierfrancesco Greco
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Tiflodidattica e inclusione: la sezione territoriale UICI di Catanzaro celebra la XII Giornata Nazionale del Braille

Il simposio, a cui parteciperanno eminenti relatori, si terrà giovedì mattina, presso l’Aula Giovanni Paolo II, all’interno del Campus Salvatore Venuta dell’Università Magna Grecia di Catanzaro.
Tiflodidattica e inclusione: la sezione territoriale UICI di Catanzaro celebra la XII Giornata Nazionale del Braille con una mostra itinerante e un convegno da Catanzaro
Una giornata di studio, confronto e sensibilizzazione sulla condizione, sulla formazione, sull’inclusione, sulle prospettive inerenti alla realtà della cecità, volta a focalizzare l’attenzione in merito alla promozione e alla salvaguardia dei diritti di cittadinanza dei non vedenti: questo il filo conduttore del Convegno, organizzato dalla Sezione Territoriale dell’Unione Italiana dei Ciechi e degli Ipovedenti di Catanzaro, che si terrà giorno 21 febbraio 2019, dalle ore 10, presso l’Aula Giovanni Paolo II, all’interno del Campus Salvatore Venuta dell’Università Magna Grecia di Catanzaro. L’evento, che si svolgerà nell’ambito della XII Giornata Nazionale del Braille, troverà la sua ribalta nell’Ateneo, col fine di favorire, alla stregua del simposio svoltosi, sempre in occasione della summenzionata Giornata celebrativa, lo scorso anno presso l’Università della Calabria, il contatto tra la sfera più aulica della formazione culturale e la dimensione del braille, il sistema di letto scrittura basato sui puntini, ideato nella prima metà del XIX secolo dal francese Louis Braille, un genio che, dopo aver incontrato nella primissima infanzia, a seguito di un incidente, la condizione della cecità assoluta, donò ai non vedenti quest’alfabeto in rilievo, questa luce nel buio, quest’opportunità d’interazione, integrazione e, quindi, crescita per l’intera umanità. Una dimensione di cui nel corso della manifestazione, moderata da Domenico Gareri, parleranno Giovanbattista De Sarro, Rettore dell’UNICZ, Aquila Villella, Vice Direttore dipartimento UNICZ, e su cui relazioneranno Luciana Loprete, Presidente dell’UICI di Catanzaro, Federica Nancy, assegnista di Ricerca dell’UNICZ, Umberto Gargiulo, ordinario di Diritto del Lavoro presso l’UNICZ, Annamaria Palummo, Consigliere Nazionale UICI, Annunziato Antonino Denisi, legale dell’UICI Calabria, e Michele Caruso, membro del Senato Accademico. L’evento in questione, organizzato, come detto, dalla Sezione Territoriale UICI di Catanzaro, in collaborazione con il Consiglio Regionale UICI della Calabria e col patrocinio dell’Università, si inserisce in un programma di mostre itineranti relative agli ausili tiflodidattici; un programma che, fortemente voluto e messo a punto dalla già citata sede catanzarese dell’Unione e dalla sua Presidente Luciana Loprete, si articolerà, sul territorio del Capoluogo regionale, nell’arco di tre giornate, dal 20 al 22 febbraio. Un viaggio nell’universo multiforme e luminoso della tiflologia, che partirà domani, 20 febbraio, dalla Sede della Regione Calabria, per proseguire, come detto, giovedì 21, col convegno all’Università Magna Graecia, a cui, nel pomeriggio, dalle ore 15, presso l’aula studio Mimmo Gerace, sul lungomare del quartiere marinaro, seguirà una lezione di braille, tenuta dalla Presidente Loprete, e una dimostrazione pratica degli ausili tiflodidattici e tifloinformatici, e, quindi, concludersi venerdì, tra i volumi della Biblioteca cittadina, dove la Sede Territoriale UICI di Catanzaro donerà al Comune di Catanzaro un monumento tattile, realizzato in collaborazione con l’Accademia delle Belle Arti di Catanzaro e presentato lo scorso 13 dicembre, in occasione della Giornata Nazionale del Cieco. Un programma intenso e certamente copioso di contenuti, da seguire, da vivere, per poter meglio comprendere la necessità di rendere fattuale, nell’ambito sociale, il valore dell’uguaglianza, la pratica della solidarietà, il concetto della dignità: in altre parole, la libertà, che potrà trovare pieno respiro solo quando la società darà a ognuno la possibilità di esprimere la propria unicità.
Pierfrancesco Greco

locandina

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Prospettive, azioni e strumenti per “Non lasciare nessuno indietro

Un Convegno copioso di contenuti, quello svoltosi lo scorso 13 dicembre presso la prestigiosa cornice della Biblioteca Nazionale di Cosenza, all’interno della Sala Giacomantonio, ove, tra preziosi volumi da sfogliare e pregevoli opere da ammirare, autorevoli relatori hanno messo a disposizione della platea, occupata in larga parte da studenti dell’I.T.I. “A. Monaco” di Cosenza, autori di un progetto, i loro argomenti e i loro pensieri in merito alle azioni, agli atteggiamenti, ai sentimenti, ai metodi, agli strumenti da adottare per dare dimensione di concretezza alla speranza dell’inclusione e dell’autonomia dei disabili visivi. “Il limite individuale è un problema sociale, è una questione di libertà, che chiama tutti a una presa di responsabilità”, ha sottolineato la dottoressa Annamaria Palummo, Consigliere Nazionale dell’Unione Italiana dei Ciechi e degli Ipovedenti.

Prospettive, azioni e strumenti per “Non lasciare nessuno indietro”
di Pierfrancesco Greco

da Cosenza
“Il limite individuale è un problema sociale: è una questione di libertà, che chiama tutti a una concreta presa di responsabilità. È una questione culturale, è un impegno quotidiano. È una prospettiva di vita che ha come direzione l’autonomia, come meta l’integrazione e come sublimazione l’affermazione dell’io. L’approccio a tale prospettiva è una questione di sensibilità, che rende la diversità un’occasione di crescita globale, per superare i nostri limiti, tutti i nostri limiti; quei limiti che non riguardano solo la particolarità della diversità, ma che sono connaturati alla nostra umanità”. La riflessione della dottoressa Annamaria Palummo, Consigliere Nazionale dell’Unione Italiana dei Ciechi e degli Ipovedenti, compendia perfettamente le emozioni, le analisi, i valori che nella mattinata dello scorso 13 dicembre hanno dato linfa al Convegno svoltosi presso la prestigiosa cornice della Biblioteca Nazionale di Cosenza, all’interno della Sala Giacomantonio, ove, tra preziosi volumi da sfogliare e pregevoli opere da ammirare, autorevoli relatori, introdotti dal giornalista Silvio Rubens Vivone, moderatore dell’iniziativa, hanno messo a disposizione della platea, occupata in larga parte da studenti dell’I.T.I. “A. Monaco” di Cosenza, autori di un progetto presentato nell’occasione, i propri argomenti e i propri pensieri in merito alle azioni, agli atteggiamenti, ai sentimenti, ai metodi, agli strumenti da adottare per “Non lasciare nessuno indietro”: questo il tema del simposio, vertente sul “Potenziamento delle persone con disabilità” e la “garanzia dell’inclusione e dell’uguaglianza”, organizzato, in relazione alla Giornata Internazionale dei diritti delle persone con disabilità, che si celebra il 3 dicembre di ogni anno, dalla Biblioteca Nazionale di Cosenza, in collaborazione col già citato Istituto Tecnico Industriale “A. Monaco” della Città bruzia, il consiglio regionale della Calabria dell’U.I.C.I e la sezione cosentina dell’associazione medesima, col patrocinio dell’Ordine Regionale Calabria degli psicologi. Un tema che è un impegno; di più, è un dovere, riguardante l’intera collettività: un dovere su cui riflettere, su cui lavorare, su cui studiare, su cui investire, alla stregua del predetto Istituto Industriale di Cosenza, “impegnato sul tema della disabilità – ha spiegato la professoressa Terry Currò – con i progetti coordinati dalla professoressa Loredana Naccarato ed elaborati dai nostri studenti, volti a incentivare l’utilizzo di tecnologie funzionali all’abbattimento degli steccati ostacolanti la mobilità e l’autonomia dei non vedenti; tecnologie pensate, inoltre, per dare la possibilità a tutti i ragazzi, siano essi disabili o normodotati, di interagire con profitto nel nostro ambiente scolastico, ove accoglienza e inclusione sono presupposti fondamentali nelle attività didattiche, tra le quali mi piace citare quelle promosse dal nostro laboratorio musicale, nel cui ambito la musica, linguaggio universale e, quindi, per definizione inclusivo, diviene straordinario veicolo di scambio, incontro, collaborazione tra passione, talento e sentimento, contribuendo a creare un ambiente solidale”. Quell’ambiente solidale ove iniziare a vivere quotidianamente la bellezza di progredire insieme, trovando solida sponda in istituzioni come la Biblioteca Nazionale di Cosenza, dove, ha affermato la dottoressa Rita Fiordalisi, direttrice della Biblioteca, “recuperare il contatto umano, la voglia di studiare, la conoscenza necessaria a rompere le barriere. Una funzione, questa, verso cui noi mostriamo particolare attenzione, avvalendoci del lavoro assicurato dal dottor Massimo De Buono, responsabile della Sezione Braille della Biblioteca; una sezione che per questa biblioteca è un vanto, essendo noi gli unici in Italia, insieme a Venezia, a disporre di uno spazio come questo, attraverso cui operare attivamente nel campo della condivisione del sapere, collaborando, in tale contesto, con l’UICI regionale, presieduta da Pietro Testa, sempre pronto a offrirci aiuto nel perseguimento della nostra opera”. Un’opera, quella della Biblioteca Nazionale di Cosenza, che “per noi ciechi e ipovedenti – ha asserito il summenzionato Presidente Testa –, impegnati ogni giorno nella lotta per trovare i nostri spazi, significa tanto. Al riguardo, ho notato con piacere che i ragazzi dell’Industriale hanno focalizzato esattamente le difficoltà che noi incontriamo nell’inserimento sociale e professionale, con città che spesso sono, di fatto, a noi precluse e con professioni in cui per noi risulta arduo affermarsi. Difficoltà cagionate da barriere mentali, oltre che fisiche e che costituiscono una zavorra per l’intero consesso civico. Ecco perché iniziative come quella di stamattina sono importanti: esse contribuiscono a dare voce a chi non ha voce, non solo ai disabili; voci che iniziano a sortire qualche risultato, come a Cosenza, città che si sta gradualmente adeguando alle esigenze dei disabili. Certo, la strada è lunga, però credo che, con la nostra forza rivendicativa, riusciremo a liberarci dalle corde che ci legano e ad affermare i nostri diritti”. Quei diritti alla cui affermazione ha dedicato gran parte della sua vita l’architetto Pino Bilotti, storico dirigente calabrese dell’UICI, recentemente scomparso, ricordato da Testa, dalla Palummo e dall’attuale presidente provinciale dell’UICI di Cosenza Franco Motta, il quale ha inteso porre l’accento sulla “paura che spesso suscita la diversità, una paura legata a una percezione sbagliata di tale concetto e che può creare un ostacolo insormontabile alla piena realizzazione dei disabili”. Problematica, quest’ultima, di cui ha parlato, da una prospettiva legata precipuamente al mondo del lavoro, Vito Lorusso, Presidente provinciale dell’ANMIL, “associazione che, oltre a rappresentare gli invalidi, si occupa anche della prevenzione degli incidenti, le cui conseguenze rischiano di compromettere la piena realizzazione della persona e, quindi, la concreta possibilità di stare al passo degli altri. In tal senso, la sicurezza sul lavoro rappresenta una condizione fondamentale nell’ambito di quei principi da salvaguardare per non lasciare nessuno indietro; un obiettivo, questo, riguardo a cui un grande ruolo hanno i volontari, come riaffermato anche dal Presidente della Repubblica Mattarella”. In effetti, “quella dei volontari, che nelle associazioni come l’UICI sono impegnati nei programmi del Servizio Civile – ha affermato la sopraddetta dottoressa Annamaria Palummo – è, come dico spesso, una missione, che porta il riflesso di una stella nel buio. Quella del Servizio Civile – ha sottolineato la dirigente nazionale UICI, rivolgendosi agli studenti dell’Istituto Monaco – è un’esperienza bellissima, che v’invito a vivere, perché tramite essa si entra totalmente nella dimensione della conoscenza delle problematiche relative alla disabilità. Un’esperienza che permette al volontario di entrare in empatia col disabile, di capirne il punto di vista, la criticità del suo vissuto quotidiano e l’opportunità che egli dà ai suoi simili. Stando vicino a un disabile, nello specifico vicino a un cieco, s’inizia a conoscere un mondo diverso. Ecco, vorrei partire da qui, dalla conoscenza di chi siamo; del resto, quella di oggi è una giornata di divulgazione e, nello stesso tempo, una giornata dove le sensibilità sul tema della disabilità si possono incrociare, confrontare, aprendo nuove strade nel percorso di inclusione, che riguarda tutti. Una di queste strade nuove potrebbe rivelarsi il progetto che avete elaborato con i vostri insegnanti. Un progetto che è un viatico di speranza: la speranza di riuscire con il lavoro e la volontà di ognuno ad abbattere le barriere, le quali non sono solo quelle architettoniche, bensì quelle alberganti nella considerazione dell’uomo in quanto uomo e non in quanto diverso. Mi spiego: io rappresento quella categoria di persone che hanno un limite sensoriale; nel mio caso sono ipovedente, quindi ho limite sensoriale visivo. Certamente nella fase preparatoria del vostro progetto vi sarete documentati su tale questione, su tale realtà che noi viviamo quotidianamente; sicuramente siete entrati nella sfera della conoscenza della disabilità visiva, avete iniziato a entrare in questa dimensione, e, ne sono certa, presto sarete in grado di seguire, e anche tracciare, sempre più proficuamente il percorso di cui parlavo prima, quel percorso che non si esaurisce nella giornata di oggi, ma che si sviluppa nella nostra e nella vostra vita di impegno, nella vita di voi giovani, i quali, sicuramente, avrete voglia di portare nel vostro vissuto ciò che conta nella vita. Ecco, la vicinanza e la conoscenza dell’essere umano diverso vi farà capire sempre di più quanto sia errata la declinazione negativa che spesso accompagna la realtà della diversità. Quella diversità che spesso viene percepita negativamente, come limite, come impossibilità nell’agire, come incapacità. Non è esattamente così: l’esperienza accanto a una persona cieca o ipovedente per voi sarà qualcosa di fantastico, perché vi permetterà, da una parte, di capire la natura reale e la portata sociale, riguardante anche voi, e non solo individuale, della dimensione indotta dal limite, e dall’altra, di cogliere ciò che significa l’utilizzo degli altri sensi per la conoscenza. Un utilizzo che nei non vedente è massiccio, totalizzante nel carpire la realtà circostante, nel vivere l’interazione con gli altri, nell’abbeverarsi alla cultura, e che trova supporto nelle azioni, negli strumenti e in un’associazione come l’UICI, la quale, nel corso dei decenni, ha infranto quel velo di solitudine che relegava il cieco a qualcosa di estraneo dalla società: basti pensare al metodo di letto-scrittura braille, che ha aperto ai non vedenti orizzonti sconosciuti e che, insieme a un mutamento della considerazione sociale verso la cecità, ha portato al superamento di quella prassi che, in passato, conduceva le persone interessate da disabilità visiva in specifici istituti, ove si pensava albergassero le condizioni maggiormente congrue alla maturazione del cieco e al suo futuro inserimento nella vita associata e nel mondo del lavoro, con l’aiuto dei supporti e degli strumenti, quale, appunto, il braille, ma anche il bastone bianco e il cane guida. Una prassi, quella della formazione in istituto, che apriva, certamente, qualche strada, vincolando, tuttavia, il processo integrativo in un luogo chiuso, al cui interno il problema di creare i presupposti per l’interazione con l’ambiente circostante diventava un problema a cui doveva far fronte la persona cieca: in realtà, la questione afferente all’interazione non è e non deve essere un problema del cieco; non è e non deve essere un problema che il cieco deve vivere unicamente con gli altri ciechi; il problema del limite visivo è un problema dell’ambiente che abbiamo intorno, del come l’ambiente deve essere attrezzato con gli opportuni supporti, volti a consentire alla persona che vive il limite visivo di esprimersi attraverso tutti gli altri canali sensoriali, dando respiro, quindi, alla sua personalità, al suo modo di essere, al suo bisogno di stare con gli altri, alla sua voglia di crescere, di diventare parte attiva della società, di ottimizzare le sue capacità, facendo in modo, insomma che il limite visivo non si traduca in limite cognitivo. Il limite è solo visivo, non cognitivo: esso, questo deve essere ben chiaro, in una situazione ambientale adeguatamente attrezzata, non costituisce una preclusione alla realizzazione del cieco, il quale trova difficoltà nell’agire quotidiano solo in quegli ambiti sprovvisti degli strumenti, dei valori, dei sentimenti che ci permettono di vedere gli altri, non solo i ciechi, come parte di noi. In tali casi, l’unico vero limite alla piena integrazione per il non vedente è l’impreparazione del contesto ambientale: quell’impreparazione che l’UICI combatte da quasi cento anni con le armi dell’impegno volontario, dello studio, della sensibilizzazione, in un’opera che ha bisogno dell’attenzione delle istituzioni e della cooperazione col mondo scolastico, che è e deve essere il primario volano di un’educazione all’inclusione, sulla base di un adeguamento dei metodi, dei supporti, dei sistemi, a cominciare dall’utilizzo del braille in tutte le discipline, che è essenziale alla solida formazione del non vedente come persona e come cittadino, fugando quelle incomprensioni, quelle difficoltà, quelle frustrazioni di cui una didattica lacunosa, riguardo alla disabilità visiva, è foriera. E’ un’opera di crescita civica, che ha bisogno del vostro entusiasmo, della vostra disponibilità, del vostro modo di vedere questa difficoltà come un problema di tutti, un problema sociale, appunto. Ecco perché studiare, lavorare, vivere con una persona non vedente è un’esperienza sprizzante positività: la prossimità, questo tipo di prossimità, permette – sembra paradossale, però è così – al vedente, quindi, al resto della società, di aprire gli occhi sul limite culturale, che è poi cecità valoriale, di un’umanità sovente refrattaria a guardarsi intorno e a capire i suoi problemi riguardo ad aspetti esistenziali primari quali solidarietà, accoglienza, inclusione. Problemi che iniziative come quella di oggi, promossa da questa Biblioteca, che è all’avanguardia inerentemente alla promozione culturale nella realtà della cecità, aiutano ad affrontare con più forza, vigore, sicurezza, dando a noi operatori la possibilità di verificare concretamente, a ogni livello, locale, partendo dalla nostra città, e nazionale, il contributo che ognuno di noi offre al progetto d’integrazione del disabile nella società, che diventa una frase fatta nell’attimo in cui la declamiamo, in una giornata celebrativa come questa, ma che assurge a impegno quotidiano, di portata enorme, quando prendiamo coscienza di quello che viviamo ogni giorno, iniziando a scardinare gli schemi bloccati dell’indifferenza e dell’ordinario, in altre parole, gli ostacoli che impediscono di conoscere i problemi del cieco, quali la mobilità e l’autonomia: l’autonomia per i ciechi non è un fatto scontato ed è preclusa in quei luoghi ove l’assenza di strumenti, di mappe tattili, di percorsi definiti, non permette l’elaborazione mentale del percorso e, quindi, la sua esecuzione. Su questo occorre lavorare, sull’autonomia intendo, da agevolare con la progettazione e la realizzazione di quei supporti in grado di rendere gli spazi urbani fruibili dalla persona non vedente. Non è una cosa semplice: come accennavo poco fa, è una questione che richiede maturazione culturale, impegno delle istituzioni, risorse e investimenti cospicui, per rimuovere o, almeno, addolcire le barriere sulle quali, nel tempo, sono state costruite le nostre città. Quel tempo in cui non si lavorava sul modo attraverso cui rendere l’ambiente e le città a dimensione di cieco e di disabile; quel tempo in cui la disabilità era considerata erroneamente una malattia, per giunta escludente; quel tempo che dobbiamo lasciarci per sempre alle spalle, riaffermando il paradigma che ha ribaltato, rivoluzionato anacronistiche e superficiali convinzioni: noi disabili non siamo malati con cui rapportarsi in termini assistenzialistici. Siamo semplicemente persone che hanno bisogno di supporti, di sostegni, di strumenti, di ausili, di viatici come quelli progettati dai ragazzi dell’Industriale, in grado di suscitare in noi, riprendendo la considerazione formulata all’inizio di questo intervento, la speranza: la speranza di vivere l’esistenza nei suoi multiformi aspetti. Questo è un discorso moderno di approcciarsi alla disabilità; è un discorso che si coniuga con la voglia di cambiamento, con quella matrice di rispetto, che dovremmo avere tutti nei confronti del nostro prossimo, da tradursi in azioni quotidiane; è un discorso che si coniuga con le azioni, insomma, con le vostre azioni, col vostro lodevole lavoro, cari ragazzi dell’Industriale, con la sensibilità che voi, con i vostri docenti, avete messo a frutto. Tutto dipende, in definitiva, dalla sensibilità con cui decidiamo di occuparci degli altri, vedendo nell’altro non la diversità nella sua definizione negativa, bensì nella sua essenza di valore, veicolante un patrimonio di conoscenza fondamentale alla nostra crescita, al nostro diventare persone migliori”. D’altronde, “conoscere la disabilità ci porta a conoscere l’altro, la sua esperienza” ha evidenziato la dottoressa Maria Antonietta Fasanella, psicologa e musicista, la quale, riprendendo la riflessione della dottoressa Palummo sul concetto di limite, ha asserito come, al riguardo, “il limite peggiore sia quello mentale, quello che ci allontana dall’altro, dal disabile, in questo caso dal disabile visivo. Al contrario, la conoscenza si definisce attraverso l’interazione con l’altro, comunicando con l’altro, entrando nella mappa mentale dell’altro, entrando in empatia, ovvero vedere il mondo come lo vede la persona con il limite visivo, ascoltare come ascolta l’altro e sentire, provare quello che prova l’altro. Tempo fa io mi sono trovata a interagire con una ragazza non vedente, la quale mi ha chiesto di insegnarle a suonare il pianoforte; ecco, per approcciarmi emotivamente con lei mi sono fatta bendare e vi assicuro che ho imparato cose incredibili: nell’escludere il senso della vista, mi sono resa conto che gli altri sensi non li utilizzavo allo stesso modo, neanche l’udito, pur essendo una musicista. Evidentemente ponevo maggiore attenzione, nella rappresentazione dell’esperienza, al senso visivo; da allora, nel vivere le esperienze, ho imparato ad ascoltare, a sentire gli odori i profumi dell’ambiente, a sentire le percezioni, il vento, il fruscio degli alberi. Prima non prestavo attenzione a questi aspetti, non utilizzavo tutti i sistemi rappresentazionali e andavo subito sul visivo, rinunciando a cogliere una parte della realtà; l’interazione con il non vedente, con la sua umanità, con i suoi sentimenti, con le sue difficoltà mi permette, insomma, di accedere a un livello nuovo di conoscenza, attraverso cui risolvere il problema, aiutando questa persona a vivere l’esistenza, a prescindere dal limite visivo. Per me è stata, lo ripeto, un’esperienza straordinaria: la richiesta della ragazza non vedente di imparare il pianoforte mi ha dato l’opportunità di studiare, di capire, di imparare il braille e di arrivare a scrivere e leggere la musica con tale metodo, facendomi, tra l’altro promotrice, presso i conservatori, di un utilizzo sistematico del braille nell’insegnamento di tale sublime forma d’arte, per abbattere quelle barriere mentali, legate al pregiudizio secondo cui un cieco può accostarsi alla musica solo a orecchio; barriere che la ragazza, in Conservatorio, è riuscita, per inciso, ad affrontare e a superare. E’ importante conoscere per aiutare i non vedenti, per aiutare ad affermare quell’io di cui ha parlato con passione la dottoressa Palummo, per evitare che il limite, ossia l’impreparazione, di chi dovrebbe aiutare o formare diventi il limite più ostico a cui va incontro il disabile. Noi dobbiamo andare oltre il limite, come hanno fatto in tanti, come dovremmo fare tutti, senza dimenticare, come ha scritto Gregory Bateson, che la saggezza è saper stare con la differenza senza voler eliminare la differenza”. Uno spunto, quest’ultimo, in cui riecheggia la questione relativa alla corretta interazione con la persona disabile, in questo caso cieca o ipovedente, approfondita ulteriormente dalla dottoressa Carmen Monteleone, psicologa, la quale ha proposto un’interessante lettura del rapporto col diversamente abile in conformità a un approccio sistemico, ragionando in merito alla linea di confine intercorrente fra il “non poter fare” e “il non aver ancora imparato a fare” e offrendo un’analisi delle competenze tiflologiche integrate alla psicoterapia sistemico-familiare e simbolico-esperienziale. “Ci è o ci fa?”: questa, ha affermato la dottoressa Monteleone è “una prima importante domanda. Di certo, la condizione di disabilità, che implica per definizione la presenza di una limitazione o perdita della capacità di base di compiere un’attività, secondo l’ampiezza e le modalità considerate normali, legittima l’ipotesi ragionevole che esisterà una dose di ci è”, a cui, in certi casi, talune lacune formative, nonché alcune dinamiche che s’instaurano tra il disabile e il suo contesto di riferimento, spiegate con chiarezza dalla relatrice, possono portare ad associare un determinato grado di “ci fa”. Partendo da qui, e tenendo ben presente che l’obiettivo di ogni individuo è quello di crescere e diventare autonomo, “l’osservazione del terapeuta sistemico-relazionale mira – ha proseguito la dottoressa Monteleone – a comprendere l’entità della dose di ci è, in rapporto alle variazioni di vita quotidiana”, stabilendo una linea di confine tra il “ci è” e il “se e quanto ci fa. In questo percorso vi sono alcuni aspetti da considerare: le dinamiche emotive e relazionali proprie della famiglia d’origine incidono sulla crescita dell’individuo, influenzando il suo livello di autonomia; per una persona con disabilità, il percorso di acquisizione dell’autonomia è di per sé vincolato a un’ulteriore condizione, che è quella della presenza di una limitazione oggettiva; la famiglia può attivare atteggiamenti e comportamenti che stimolano il disabile a saper fare da solo o altri che invece mantengono il disabile nella condizione del non saper fare da solo, facendo al posto loro. Nel caso specifico di pazienti ciechi, è importante partire da due presupposti: il primo evidenzia che il deficit visivo rispecchia una disabilità di per sé fortemente invalidante. La vista è, infatti, il canale sensoriale attraverso cui riceviamo grandissima parte delle informazioni in entrata e riveste funzioni predominanti in tutto il processo evolutivo della persona, permettendo di ricevere stimolazioni psicomotorie, cognitive e affettive, soprattutto nelle prime fasi: basti pensare all’interazione faccia a faccia, alla possibilità di intercettazione autonoma e a distanza di stimoli ambientali, e così via. Però, e questo è il secondo presupposto, il bambino cieco, nonostante i ritardi a cui vai incontro, può raggiungere livelli di sviluppo normativi, se vengono messe in atto, sin dai primi mesi di vita, azioni educative, strumenti e strategie specifiche. Nonostante l’effetto invalidante del deficit visivo, le persone cieche possono, insomma, raggiungere buoni livelli di autonomia. Eppure, spesso è osservabile il ricorso alla delega e un equilibrio sistemico che rinforza la dipendenza e rende difficile l’autonomia; un fatto, questo, che può essere dovuto, da una parte, a una scarsa conoscenza degli ausili tiflologici e, dall’altra, a un particolare modo di relazionarsi alla persona con disabilità visiva. L’esperienza con i disabili visivi ci ha mostrato come gli effetti invalidanti della cecità siano rinforzati dalla mancanza d’interventi tiflologici. Interventi che non annullano la disabilità, ma possono compensare il deficit e ridurre gli svantaggi che ne derivano in misura molto maggiore di quanto si possa pensare, favorendo il raggiungimento di un adeguato grado di autonomia per la persona, tale da facilitarne il processo di crescita”. Un processo di crescita che si riverbera su tutti noi; un processo di crescita che ci deve pervadere, che ci deve interessare, che ci deve appassionare: e la passione deve essere intensa, come quella che ha animato i ragazzi dell’Istituto “Monaco” di Cosenza, decisi a regalare la loro creatività, la loro fantasia, la loro freschezza al dovere comune di “rendere la disabilità visiva un’opportunità, attraverso un’applicazione che, agevolando la mobilità delle amiche e degli amici non vedenti, vuole essere un soffio forte di vera solidarietà”. Sono stati loro, queste ragazze e questi ragazzi, a rendere speciale un’occasione di conoscenza umana, di riflessione esistenziale, di condivisione valoriale. Un’occasione che, riflettendo bene, si palesa davanti ai nostri sensi sempre, in ogni istante, in ogni sguardo. Un’occasione da cogliere, per vivere quotidianamente una sfida da vincere.
Pierfrancesco Greco

I relatori del Convegno con Massimo De Buono, Responsabile della Sezione Braille della Biblioteca Nazionale di Cosenza, e a Pietro Testa, Presid

I relatori del Convegno con Massimo De Buono, Responsabile della Sezione Braille della Biblioteca Nazionale di Cosenza, e a Pietro Testa, Presid

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