19 luglio 2015
Un dispositivo biomedico che “apre” alla luce
Presentata Argus II protesi per bypassare la retinite pigmentosa Francesca De Rito prima calabrese che si è affidata al sistema Argus II della Second Sight – Incontro scientifico a Vibo Valentia
Tonino Fortuna
Vibo Valentia
«Per ben quattro volte ho rinunciato all’operazione. Ero terrorizzata. Poi mi sono fatta coraggio e ho deciso di sottopormi all’intervento chirurgico.
Dal buio assoluto ho ricominciato a vedere la luce, a distinguere le immagini ed alcune vocali. Poi dalle sfere sono passata alle sagome. Ho individuato subito quella di mio marito e del mio bambino proveniente dalla Bielorussia. Inutile dire che è stata un’emozione incredibile».
La toccante testimonianza di Francesca De Rito, la non vedente vibonese che per prima in Calabria ha deciso di affidarsi ad Argus II – un complesso ma a quanto pare efficiente sistema di protesi retinica applicato su pazienti affetti da retinite pigmentosa – ha inaugurato in un hotel di Vibo Marina, l’incontro informativo su una malattia ereditaria e degenerativa che porta chi la contrae inevitabilmente alla cecità. Ai lavori, coordinati da Giovanni Barberio, presidente provinciale dell’Uici, ha offerto il proprio contributo Maura Arsiero, ingegnere della Second Sight, la società americana che realizza il dispositivo. «Si tratta – ha spiegato – di un impianto biomedicale capace di bypassare i fotorecettori danneggiati. Una minivideocamera alloggiata negli occhiali del paziente cattura l’immagine.
Il video viene inviato a un piccolo computer indossato dal soggetto non vedente, dove viene elaborato e trasformato in istruzioni rispedite agli occhiali attraverso un cavo. I segnali vengono mandati alla matrice di elettrodi, che emette piccoli impulsi elettrici. Questi ultimi – è stato chiarito – riescono a bypassare i fotorecettori danneggiati e stimolano le cellule retiniche che trasmettono le informazioni visive lungo il nervo ottico fino al cervello, creando la percezione di motivi luminosi. Ai pazienti – ha chiosato l’esperta – non rimane che esercitarsi ad interpretarli».
Fondamentale, anche la fase riabilitativa (nelle settimane successive all’intervento chirurgico da eseguire su pazienti di almeno 25 anni all’ospedale “Careggi”
di Firenze), anche questa a spese del Sistema sanitario nazionale. «L’obiettivo – ha spiegato Valentina Carbone, responsabile per la riabilitazione in Italia e in Spagna – è di consentire loro di utilizzare un campo visivo grande al massimo quanto un foglio A 4». Insomma, la vista non si riacquista, i disagi permangono, ma il dispositivo consente agli ipovedenti di «non camminare completamente alla cieca». E non è tutto. Al vaglio della Second Sight c’è il sistema Argus III per il quale due sarebbero le strade da percorrere. Una porterebbe ad aggiungere altri elettrodi all’attuale apparecchio. Come controindicazione vi sarebbe in questo caso il surriscaldamento. Fenomeno al vaglio degli studiosi. L’altra, assolutamente rivoluzionaria, consisterebbe nell’installazione di un impianto corticale nell’area occipitale del cervello. Quella che elabora informazioni visive.
Ma entrambe sono ancora allo stadio di prototipo.


